| perché ogni giorno riviviamo il comando di Gesù di spezzare il pane? |
| L’Eucaristia canta la certezza e la gioia della risurrezione del Cristo |
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In una catechesi Benedetto XVI diceva:
"Tutta la liturgia del tempo pasquale canta la certezza e la gioia della risurrezione del Cristo, realtà centrale della fede cristiana, nella sua ricchezza dottrinale e inesauribile vitalità: nel Cristo risorto ci è data la certezza della nostra risurrezione finale.
La morte del Signore dimostra l’immenso amore con cui Egli ci ha amati sino a sacrificarsi per noi; ma solo la sua risurrezione è prova sicura, è certezza che quanto Egli afferma è verità. E’ importante ribadire questa verità fondamentale della nostra fede, la cui verità storica è ampiamente documentata, anche se oggi, come in passato, non manca chi in modi diversi la pone in dubbio o addirittura la nega. L’affievolirsi della fede nella risurrezione di Gesù rende di conseguenza debole la testimonianza dei credenti. Al contrario, l’adesione del cuore e della mente a Cristo morto e risuscitato cambia la vita e illumina l’intera esistenza delle persone e dei popoli.
Commovente è l’episodio dei due discepoli di Emmaus (cfr Lc 24, 13-35). Dopo la crocifissione di Gesù, immersi nella tristezza e nella delusione, essi facevano ritorno a casa sconsolati. Durante il cammino discorrevano tra loro. Fu allora che Gesù si avvicinò, si mise a discorrere con loro e ad ammaestrarli. La spiegazione delle profezie fu per i discepoli di Emmaus come una rivelazione inaspettata, luminosa e confortante.
Il Signore è in cammino con noi e ci spiega le Scritture, ci fa capire questo mistero: tutto parla di Lui. E questo dovrebbe far ardere anche i nostri cuori, così che possano aprirsi anche i nostri occhi. Il Signore è con noi, ci mostra la vera via. Come i due discepoli riconobbero Gesù nello spezzare il pane, così oggi, nello spezzare il pane, anche noi riconosciamo la sua presenza. I discepoli di Emmaus lo riconobbero e si ricordarono dei momenti in cui Gesù aveva spezzato il pane. E questo spezzare il pane ci fa pensare proprio alla prima Eucaristia celebrata nel contesto dell’Ultima Cena.
Ogni Eucaristia la comunità rivive così la Pasqua del Signore e raccoglie dal Salvatore il suo testamento di amore e di servizio fraterno".
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| Il Mistero Eucaristico nella Regola di San Benedetto |
| di Lorenzo Mancini |
Da un punto di vista storico, l’avvio dello studio euristico e filologico della Regola di San Benedetto (di seguito RB) è cosa molto recente da collocarsi intorno agli anni ’20 del XX secolo Nel 1998 dalle pagine della rivista di spiritualità monastica "Ora et labora", Madre Geltrude Arioli, riprendeva e sintetizzava un dibattito, da tempo sopito per varie ragioni, circa la centralità del mistero eucaristico nella RB: lei stessa, nella consapevolezza di affrontare un tema tutt’altro che scontato e di non semplice trattazione, esordiva dicendo: "Può sembrare ardito il tentativo di individuare nella RB il posto riservato al mistero dell’Eucaristia, dato che San Benedetto ne parla solo in pochi passi e incidentalmente"
I passi in questione sono quelli relativi alla possibilità di celebrare l’eucaristia da parte dei sacerdoti accettati a vivere in monastero (“Concedatur ei tamen post abbatem stare, et benedicere, aut Missas tenere, si tamen iusserit ei abbas” [RB LX, 4]) e alla scelta da parte dell’Abate dei candidati al ministero ordinato diaconale e presbiterale per l’“officum altaris” [RB LXII, 6]. Tuttavia, al di là dei suddetti rilievi, la menzione eucaristica più o meno diretta di maggiore importanza sembra essere, secondo Anselmo Lentini, quella relativa alla benedizione del lettore (“qui ingrediens, post Missas et Communionem” [RB XXXVIII, 4]) seguita dalla raccomandazione “Frater autem lector ebdomadarius accipiat mixtum priusquam incipiat legere, propter Communionem sanctam et ne forte grave sit ei ieiunium sustinere” nella quale sarebbe sottintesa una forma di rispetto e di venerazione per l’eucaristia. Nota, infatti a tale proposito Anselmo Lentini, commentando le pagine della Regola: “La Messa finiva poco prima della refezione di mezzodì: e in quei giorni il sorso di vino giovava al lettore per impedire che durante la lettura a voce alta, tra le stille di saliva che facilmente emetteva, uscissero anche particelle delle Sacre Specie rimaste eventualmente in bocca. Quanto riportato dalla RB a proposito del sorso di mixtum non sarebbe dunque una semplice istruzione di carattere igienico, ma una forma di venerazione strettamente correlata al problema della presenza reale nelle sacre specie ancora vivo all’epoca di Benedetto: sono infatti ancora lontane le preoccupazioni eucaristiche altomedioevali circa il ‘modo’ della presenza, ciò che ancora conta è il ‘fatto’ quo tale. Di questo avviso è anche André Borias il quale addirittura nota che la concessione fatta al lettore è una delicatezza tutta di Benedetto rispetto al modo con cui è trattato il medesimo tema dalla Regula Magistri che in maniera più diretta, ma certamente meno raffinata, parla di uno “sputum Sacramenti”. Tuttavia Borias, oltre alla suddetta attenzione, nota che nonostante l’apparente assenza di un discorso strettamente sacramentale all’interno della RB (l’eucaristia sarebbe infatti solo indirettamente richiamata quando si parla della Messa), è riscontrabile in molte parti dell’opera un ’clima’ eucaristico che si traduce spesso in linguaggio di tipo sacrificale-oblativo; il rito della professione ha, per esempio, una sua dimensione eucaristica (“et manu sua eam super altare ponat” [RB LVIII, 20]) e, ancor di più, quello dell’oblazione del bambino (“et cum oblationem ipsam petitionem et manum pueri involvant in palla altaris, et sic eum offerant” [RB LIX, 2]). In questi passi secondo Borias è sottintesa tutta la simbologia e la terminologia oblativa, scritturistica e patristica; nel linguaggio liturgico, infatti, oblatio indica principalmente le offerte del pane e del vino che diventeranno il corpo e il sangue di Cristo. Si profilerebbe così una lettura ’eucaristica’ dell’intera vocazione monastica: il monaco attraverso la promessa si unisce spiritualmente al sacrificio di Cristo e l’eucaristia diventerebbe il perpetuarsi nel sacramento dell’oblazione del monaco, da affiancarsi alla dimensione ‘storica’ (il sacrificio come evento) e a quella rituale (il sacrificio come rito).
I suddetti passi sono sicuramente una fonte irrinunciabile per comprendere, analizzare e descrivere la prassi eucaristica al tempo di Benedetto sia nell’ambito del monastero, sia, più in generale, nella Chiesa occidentale, ma risulta molto difficile fondare su di essi la centralità del mistero eucaristico nella spiritualità benedettina. La Madre Arioli stessa, infatti, invita a non fermarsi "agli accenni espliciti, quanto piuttosto ’respirare’ l’atmosfera eucaristica della Regola nel suo complesso"; anche dal punto di vista della ricerca per quanto utile uno studio per così dire ‘interno’ alla RB non può ritenersi esaustivo, non solo perché, come sostiene senza troppe perifrasi de Vogüé “de l’eucharistie, Benoît ne dit presque rien”, ma anche perché finirebbe per ruotare su se stesso tralasciando importanti tracce che potrebbero rivelarsi utili al procedere dell’indagine. Questo presunto silenzio sull’eucaristia o il fatto che fosse celebrata un giorno alla settimana (elementi tipici non solo della RB) tuttavia, non sarebbero sintomi di disinteresse nei confronti dell’argomento: il fatto di riservare, per esempio, la messa al giorno del Signore voleva significare al contrario l’estrema considerazione in cui erano tenute sia la domenica che l’eucaristia. Unitamente a ciò bisogna poi considerare, come sottolinea Claudio Magnoli, il notevole influsso della letteratura monastico-spirituale: "[essa] propugna un atteggiamento religioso di timore e venerazione per la santità/sacralità del sacramento [mysterium tremendum], cui corrisponde, sul versante soggettivo, un forte sentimento di inadeguatezza spirituale". La celebrazione eucaristica non è legata alla scansione temporale dei giorni, essa si colloca al di fuori del tempo, anche se richiamata quotidianamente dalla comunione extra missam e da quella tensione spirituale che per tutta la settimana è sostenuta dalla liturgia delle ore, dall’orazione silenziosa e dalla lectio. Quanto poi alla frequenza della comunione, l’uso monastico di accostarsi quotidianamente al sacramento (seppure nella forma extra missam) risulta ben lontano da quel minimo di tre volte all’anno (natale, Pasqua e Pentecoste) stabilito nel 506 dal Concilio di Agde. La messa quotidiana comincerà a diventare una prassi grazie particolarmente al ruolo che ebbe un’opera in qualche modo collegata per vari motivi alla RB: i Dialogi di Gregorio Magno. Quest’opera costituisce, infatti, una fonte documentale irrinunciabile: il trentasettesimo capitolo del secondo libro dal titolo De prophetia sui exitus fratribus denuntiata in cui l’autore descrive le ultime ore di vita di Benedetto: "Cumque per dies singulos languor ingrauesceret, sexto die portari se in oratorium a discipulis fecit, ibique exitum suum dominici corporis et sanguinis perceptione muniuit". Ciò che è interessante notare in questa descrizione, non è tanto che il padre si accosti al sacramento dell’eucarestia, quanto piuttosto l’annotazione di Gregorio "exitum suum dominici corporis et sanguinis perceptione muniuit" quasi a significare la centralità e la considerazione del mistero eucaristico nella spiritualità di Benedetto Tuttavia Benedetto Calati, introducendo il volume dei Dialogi di Gregorio Magno si sofferma sulla “presenza dell’Eucaristia nella visione escatologica gregoriana”, riscontrando in modo particolare questa sensibilità nell’ambito del libro quarto e non del libro secondo De vita et miraculis venerabilis Benedicti abbatis. Inevitabile è comunque, sempre secondo Calati, il confronto tra il testo della Regola e quello della vita di Benedetto, anche se “la Vita di Benedetto che risulta dai Dialoghi di Gregorio presenta un monachesimo inserito e in dialogo continuo con la storia, cosa che non trova alcuna esplicita conferma nella lettera della Regola di Benedetto”; inoltre “salta subito agli occhi la diversità dello stile della narrazione agiografica del Dialogo rispetto alla normativa della Regola”. È dunque difficile dosare quanto il Benedetto narrato dal Libro secondo dei Dialoghi risenta dell’esperienza di Gregorio e quanto, al contrario, Gregorio risenta della sua provenienza monastica: i due dati si compenetrano fino a confondersi e fino a generare un Benedetto ‘gregoriano’ con una diversa disciplina orationis più incentrata sulla preghiera personale silenziosa che non sulla liturgia corale salmodica e un Gregorio ‘benedettino” che opera una drastica semplificazione del rito della messa. Dall’esperienza e dalla spiritualità monastica Gregorio trae quella dimensione contemplativa che cerca di trasferire nella liturgia; la messa quotidiana sembra dunque essere per Gregorio un’esigenza per il cristiano che vive ed opera nel mondo e non può seguire i ritmi monastici, essa si configura come l’opus Dei del cristiano laico Per quanto dunque diversissime siano le prospettive, le situazioni e i contesti storici che hanno generato la RM, la RB e i Dialogi, tuttavia il loro accostamento, sostenuto anche dagli altri studi, ci ha portato all’individuazione di un sottilissimo filo conduttore seguendo il quale è possibile non tanto inventare ciò che non c’è e far dire alla RB ciò che non avrebbe potuto dire, quanto piuttosto cercare di ricreare un clima, quell’‘atmosfera eucaristica’ di cui parlava la Madre Arioli. Se dunque Benedetto risulta essere, seppure in modo indiretto, uno dei punti di riferimento di Gregorio, ben più direttamente lo è per quello che riguarda la liturgia monastica occidentale; lungi dalle previsioni del Patriarca, infatti, il modello della RB diventerà a breve l’unica liturgia monastica.
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO:
- Arioli Geltrude, Regola di San Benedetto e carisma mectildiano: spunti di riflessione, in "Ora et labora", 1998, n.2, pp. 81-90, p. 82. - Biffi Inos (a cura di), Enciclopedia eucaristica, Milano, Paoline, 1964 - Borias André, En relisant Saint Benoît, Bégrolles-en-Mauges, Abbaye de Bellefontaine, 1990 - Calati Benedetto, Introduzione, in Gregorius Magnus, Dialogi, in Gregorii Magni Opera, cit., pp. 7 – 55 - de Vogüé Adalbert, Études sur la règle de Saint Benoît, Bégrolles-en-Mauge, Abbaye de Bellefontaine, 1996 - Gregorius Magnus, Dialogi, in Gregorii Magni Opera, Parigi – Roma, Cerf – Città Nuova, 2000, vol. IV - Hefele Karl Joseph – Hergenröther Joseph Adam G. – Leclerq Henri, Histoire des conciles d’après les documents originaux, Paris, Letouzey, 1907 – 1952, tomo II/2 (1908), pp. 973-1003 - Magnoli Claudio, Il mistero eucaristico, pro manuscripto, Milano, ISSRM, 1996, p. 31. - Papiol Maria Montserrat, La liturgia en la regla benedictina: su influencia en la renovacion liturgica, in AA.VV., Hacia una relectura de la Regla de San Benito, Burgos, Abadia de Silos, 1980 - S. Benedetto, La Regola, Abbazia di Montecassino, 1980
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